Playground

Parma, 25 settembre 2011

Ricollocarsi in un luogo, per riprendersi un’esperienza passata, è quanto di più ambito l’uomo abbia mai cercato di fare. Una vita dedicata alla fotografia mi ha insegnato che nemmeno lo scatto più acuto, eseguito nell’istante giusto, magari cogliendo l’emozione autentica, può restituire l’esperienza di quell’attimo: potrà – al massimo – ravvivarne il ricordo.
Francesco Russo si pone dinnanzi alla realtà con un interrogativo diverso. Non è l’ambizione di viaggiare nel tempo che muove la sua ricerca, bensì il desiderio di vivere l’esperienza del ricordo con un’intensità tale da porsi in modo discreto ma determinante nelle sue stesse foto, attraverso la sua ombra, in luoghi che appartengono ad una stagione passata: l’infanzia.
No, non è tornare bambino che risolverà l’instabilità che si percepisce ponendosi di fronte a “Playground”, ma ritornare fisicamente in un ambiente appartenuto al passato e fondersi con esso, nonostante non sia più della sua misura, è il male necessario per riprendersi quei momenti, perché anch’essi possano tornare a far parte del passato.
In questi scatti Russo mi pare un bambino che si infila le scarpe del padre, o un padre che gioca con le scarpette de figlio: l’artista ci propone un racconto ambientato in una sorta di prospettiva scalare al contrario, dove le sproporzioni prospettiche narrano di un’ombra, la sua, che si avvicina timida ai giochi d’infanzia, misurandoseli addosso e cercando in tutti i modi di reintegrarsi in un mondo che gli è appartenuto in un passato non troppo lontano ma che non è più della sua misura. Il colore saturo degli scatti ha tutto il sapore del Fauvismo di Matisse dei primi anni del ‘900 francese e allo stesso tempo rievoca ben più recenti ricordi legati alla saturazione delle immagini di un cartone animato, o ai colori freschi e brillanti tipici dei giocattoli.
La forma quadrata delle opere, infine, è tutto quanto di regolare possiamo ritrovare in Playground: un progetto che rinuncia agli schemi classici (che l’artista dimostra di conoscere bene in tutte le sue opere passate) lasciandosi andare in uno spericolato equilibrismo senza regole e – mi viene da aggiungere – senza rete, in cui l’artista gioca a creare un disequilibrio di linee che viene recuperato ogni volta in extremis dalla posizione dell’ombra che puntualmente giunge a riequilibrare lo scatto. Ombra spesso lunga, non solo perché quando il sole è così basso è il momento ideale per rievocare i ricordi, ma soprattutto perché è proiettata lontano, oltre tutto quanto ci viene mostrato: segno incoraggiante di quanto l’artista si sia solo per poco soffermato a giocare a riscoprire i ricordi, senza mai distogliere l’ultimo sguardo dal domani.

Pier Luigi Montali